Cosa (non) ho imparato da Mido 2026

Nei corridoi ho incrociato il Cavalier Vittorio Tabacchi. Gli si sono illuminati gli occhi parlando di ottica e occhiali, come se il tempo non fosse passato. In quell’istante ho pensato: ecco cos’è Mido quando è al suo massimo. Un luogo dove la passione non è un claim, è un riflesso. Poi, certo, è anche una fiera. E le fiere possono essere un concentrato di contraddizioni

Mido è il palcoscenico del made in Italy, ma su circa 1.200 espositori oltre novecento erano esteri. È il tempio dell’innovazione, ma fuori dal quartiere fieristico il grande pubblico italiano resta spesso disinformato e non per cattiva volontà, ma per assenza di “educazione di massa” sul valore della vista. In un mercato sostanzialmente flat nei volumi, continuiamo a comportarci come se bastasse parlare tra noi: industria, retail, addetti ai lavori. Manca ancora una sorta di “pubblicità progresso”, capace di far crescere cultura, prevenzione e domanda. E quando aumentano i volumi delle lenti, incrementano anche quelli delle montature. Quasi imbarazzante quanto è semplice.

C’è un’altra contraddizione che mi porto a casa ogni anno: su quasi trentamila operatori italiani del settore, solo una parte vive Mido come qualcosa che gli appartiene davvero. E Milano, città straordinaria per capacità di amplificazione, resta per lo più estranea al movimento: niente vero “fuori salone” della visione, nessuna contaminazione visibile che faccia uscire la fiera dal perimetro fisico e la trasformi in un evento cittadino. Ogni anno un’occasione sul tavolo colta soltanto a metà.

Eppure, Mido è Mido. Anche quest’anno, anticipato in calendario per effetto Olimpiadi invernali, resta la fotografia più nitida del nostro settore. Non quella perfetta: la più vera.

È bello essere a Mido e vedere l’espressione ancora stupita degli oftalmologi invitati ai Talk di b2eyes: increduli davanti a una ricchezza di offerta che, in certi contesti, non percepiscono così ampia. Uno di loro mi ha fatto notare, ad esempio, che la stessa azienda di strumentazione, presente sia a Mido sia ad alcuni congressi oculistici, al salone aveva uno stand e un’offerta quattro volte più ampia rispetto a quella mostrata nel loro segmento. Tradotto: nel nostro ecosistema, spesso, l’energia di marketing e di investimento non viaggia in modo simmetrico lungo la filiera.

E ogni anno, come sempre, esce la “novità”. Se nel 2025 molte aziende parlavano di lenti progettate con l’AI, oggi il racconto sale di livello: lenti sempre più individuali, con riferimenti alle neuroscienze e allo studio del comportamento visivo, non solo cosa vediamo con 10/10, ma come guardiamo, come si muovono gli occhi, come il cervello costruisce la visione. È un cambio di linguaggio interessante e potente, con una domanda sottotraccia: riusciremo a trasformare questa complessità in valore percepito dal cliente?

Perché il contesto resta stabile: mercato interno piatto, complessità internazionali che frenano l’export, un pubblico italiano spesso ignorante sui temi della vista, soprattutto giovanili, e una collaborazione di filiera ancora troppo intermittente tra ottico, oculista, ortottista, pediatra. Mido in questo è uno specchio spietato: mostra tutto insieme. Il meglio e il non risolto.

Eppure, nonostante tutto, il nostro mondo va avanti. Questa, paradossalmente, è la sua forza: una capacità di generare proposta, bellezza, tecnica e futuro anche quando l’ambiente non aiuta.

Mi chiederete allora: cosa (non) ho imparato da Mido 2026? Il senso dell’autocritica.

Nicola Di Lernia

Professione