EssilorLuxottica vista dall’estero: se l’Italia diventasse un “porto franco”?

Dal settimanale Internazionale un quadro folgorante della fusione che a breve si concretizzerà definitivamente. La nuova realtà, con oltre 140 mila dipendenti, varrà sessanta miliardi di euro e venderà un miliardo di occhiali. È bene incominciare a farsi delle domande e darsi delle risposte, anche folli

Sono un buon lettore di Internazionale, settimanale che pubblica il meglio dei giornali di tutto il mondo. Come alcuni operatori dell’ottica, ho adocchiato la copertina del numero 1261 del 22 giugno scorso, con un re  sullo sfondo e il titolo “L’impero degli occhiali” (nella foto): ho subito pensato a EssilorLuxottica. Il giornalista del Guardian, Sam Knight, ha probabilmente prodotto il più esauriente quadro del nostro mondo. Ci avrà messo un mese a scriverlo, girando tra Parigi, e Agordo e il web, ma alla fine ce l’ha fatta. L’articolo, sebbene viva a mio avviso ancora di alcune favole per principianti sul nostro settore dove non è tutto oro ciò che luccica, appare illuminante e preveggente. L’immagine che esce di EssilorLuxottica è tentacolare. I nostri possono contare su 1,4 miliardi di persone che usano il i loro prodotti. Essilor negli ultimi vent’anni ha comprato oltre 250 aziende nel mondo: laboratori ottici in Belgio e fabbriche di resina in Cina, strumentazioni in Israele e siti e-commerce in diversi paesi, ad esempio. Luxottica controlla il 25% del mercato delle montature, Essilor il 45% di quello delle lenti. Grazie all’universalità della lente oggi Essilor è in grado di fornire dai trecento ai quattrocentomila negozi in tutto il mondo, tre o quattro volte quelli di Luxottica. Se il curriculum di entrambe è inarrivabile, a me paiono altrettanto sconvolgenti i numeri cui insieme ambiscono e da cui è probabilmente scaturita l’idea della fusione. Insieme vogliono cavalcare e vincere quella che definiscono “l’esperienza visiva”, ovvero il grande cambiamento nella visione dell’uomo evoluto. «Oggi viviamo al chiuso e usiamo questo, il telefono», sentenzia al giornalista Hubert Sagnières, presidente e ceo di Essilor.
Negli ultimi cento anni il nostro modo di vivere è cambiato e oggi l’occhiale sta vivendo la sua vera fioritura. Tutto quello che abbiamo vissuto fino a oggi erano le avanguardie di una rivoluzione del vivere e del vedere che ci aspetta a breve. Se l’esperienza visiva appartiene al mondo civilizzato, il “divario visivo” si riferisce ai 2,5 miliardi di persone dichiarati dai nostri, soprattutto in India, Africa e Cina, che avrebbero bisogno degli occhiali ma non hanno i mezzi per sottoporsi a un esame della vista e per acquistarli. Forse è anche per questo che Essilor ha aperto nel 2016 una sede nella Repubblica del Congo, un paese con 78 milioni di persone e duecento negozi di ottica. 
L’articolo del giornalista del Guardian ha aperto fin troppe finestre sul cortile dell’ottica. Di certo il suo quadro fa impressione ma noi, italiani, possiamo considerarci scaltri e disincantati sull’argomento. Se fossi l’avvocato dell’ottica nazionale, opterei per l’ipotesi di proporre a EssilorLuxottica di dichiarare l’Italia un “porto franco” per l’ottica, come fece l’Imperatore asburgico Carlo VI agli inizi del 1700 per Trieste, una concessione che tutt’oggi vale: disponete ciò che volete nel mondo, ma considerate l’ottico italiano come una risorsa rara da conservare in virtù del passato trascorso insieme e delle radici su cui voi stessi vi basate. Non so se funzionerà ma conviene provarci.
Nicola Di Lernia