Conoscerci per prenderci cura di noi stessi (anche con la formazione)

La tavola rotonda di lunedì scorso a Mido con i vertici delle principali scuole italiane sui temi dell’aggiornamento è partita con la prima pagina del Corriere della Sera di quel giorno: la rubrica di Alessandro d’Avenia parlava proprio di scuola

“Molte volte, conoscere se stessi, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti. Molte volte, invece, assai difficile”. Così Alcibiade manifestava al maestro la sua preoccupazione di fronte alla fatica che comporta crescere. Socrate gli rispose: “Che sia facile oppure no, conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere”. In questo dialogo, riportato dallo scrittore, trovo molto del nostro mondo ottico di oggi. 
Prima di aprire la tavola rotonda sono stati proiettati i dati di un sondaggio effettuato da questa testata che chiedeva agli ottici come preferiscono aggiornarsi. Hanno risposto in oltre 200, non pochi. La maggioranza ci ha detto che prediligono i corsi gratuiti delle aziende ma non disdegnano i convegni a pagamento. Non amano informarsi attraverso i libri (5%) e ancor meno tra quelli che hanno risposto hanno dichiarato di aggiornarsi per ragioni di tempo o voglia. Da questa fotografia, non assoluta, sono partiti gli interventi che vedevano Vinci, Bologna, Firenze, Perugia, Bergamo e il presidente di Federottica al tavolo (nella foto). Una élite. Ne è uscito in meno di un’ora un quadro lucido, disincantato ma a tratti ottimistico. Le scuole di ottica raccolgono lo studente che esce dalle medie superiori parecchio malconcio. La preparazione delle nostre scuole pubbliche è probabilmente monca delle prerogative che oggi servono a un giovane per partire con il piede veloce nella sua strada professionale. Le scuole stesse di ottica si domandano quale poi debba essere il loro ruolo rispetto alle esigenze che il mercato chiede ai futuri ottici, professionisti ma anche imprenditori. Basta studiarne il fabbisogno attuale oppure occorre anche la sfera di cristallo con i tempi che corrono? Tutte domande e osservazioni corrette come quelle legate alla nuova figura del laureato in Ottica e Optometria. Un soggetto che ha una visione allargata di ciò che potrà essere il suo intervento professionale, ma che va inevitabilmente integrata alla figura tecnica dell’ottico da cui il laureato deve imparare l’arte.
Ma l’ottico, quello che verrà e quello che c’è già, in tutto questo come si colloca? Tutti vorremmo aiutarli ma abbiamo di fronte qualcuno che lo desidera? E la cosiddetta élite dell’ottica, che ancora studia ed è impegnata su più fronti, è in grado di guidare la massa verso un futuro migliore di oggi, dove il gap culturale con altre categorie della sfera sanitaria sia meno evidente e quindi più facilmente colmabile? Tra tante domande, una personale sentenza. Lo dicono gli arabi di fronte all’ineluttabile. Puoi portare il cammello alla fontana ma non puoi costringerlo a bere. L’élite in questi anni ha provato a dissetarlo ma il quadro generale è quello di un ottico medio più orientato all’“io speriamo che me la cavo” che all’“io mi sto preparando”. Sta andando così.
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