Il lavoro, come riportato da panorama.it, è stato coordinato da un gruppo di ricerca internazionale guidato da José-Alain Sahel, direttore dell’Upmc Vision Institute di Pittsburgh, insieme a Daniel Palanker della Stanford University e a Frank Holz dell’Università di Bonn: ha coinvolto 38 pazienti con più di 60 anni, seguiti in 17 centri distribuiti tra Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito. Dopo un anno di follow-up, 32 partecipanti hanno completato lo studio e l’81% di loro ha registrato un miglioramento clinicamente rilevante dell’acuità visiva, mentre l’84% ha riferito di utilizzare concretamente la nuova capacità visiva nella vita quotidiana, per esempio nella lettura di numeri e parole. In media, il guadagno è stato di 25 lettere sull’ottotipo, pari a circa cinque righe, con un caso che ha raggiunto un miglioramento di 59 lettere, equivalente a dodici righe.
Si tratta, come sottolinea Sahel, del primo tentativo di ripristino della vista capace di produrre risultati di tale portata su un numero così elevato di soggetti, al punto che oltre l’80% è riuscito a leggere lettere e parole e alcuni persino pagine intere di un libro, un traguardo impensabile quando il progetto è iniziato quindici anni fa.
Il dispositivo, noto come sistema Prima, agisce nelle aree della retina in cui la malattia ha distrutto i fotorecettori, sfruttando le cellule retiniche residue ancora funzionanti: mentre in una retina sana la luce viene trasformata in segnali elettrici diretti al cervello attraverso il nervo ottico, nella degenerazione maculare senile avanzata questo processo si interrompe e l’impianto, grande appena 2×2 millimetri, svolge il ruolo di fotorecettore artificiale ricevendo le immagini da una microcamera integrata in occhiali dedicati, che utilizza luce infrarossa invisibile per trasmettere le informazioni visive. Queste vengono convertite in impulsi elettrici capaci di riattivare il circuito visivo, con la possibilità per i pazienti di regolare parametri come zoom e contrasto per ottimizzare la visione funzionale.
Al termine dello studio, tutti gli eventi avversi legati alla procedura chirurgica risultavano risolti e la maggior parte dei partecipanti mostrava un recupero significativo della capacità di lettura sull’ottotipo. Pur non rappresentando ancora un ritorno a una visione completa di 10/10, come precisa Sahel, la tecnologia costituisce un passo avanti sostanziale e apre la strada a ulteriori sviluppi volti a migliorare la qualità di vita dei pazienti, tanto che la società produttrice, Science Corporation, ha già avviato le richieste di autorizzazione per l’uso clinico del dispositivo negli Stati Uniti e in Europa (immagine tratta da Freepik).
A cura della redazione