Festival del cinema di Berlino: gli occhiali della resistenza

Alla 74esima Berlinale, conclusasi il 25 febbraio, l’Orso d’oro è andato ancora una volta a un documentario: quest’anno ha vinto Dahomey, della giovane regista parigina di origini senegalesi Mati Diop. In due dei più apprezzati film della kermesse, che hanno affrontato il dramma del nazismo e del Covid, le montature sono tutt’uno con i loro protagonisti

In questa edizione del festival di Berlino, sempre molto aperto a prospettive innovative e a idee originali, la fonte d’ispirazione è arrivata dal nuovo cinema tedesco, in particolare dal bellissimo From Hilde with love di Andreas Dresen, dove l’eyewear anni 40 è il vero protagonista. A cominciare dagli occhialini tondi, portati con grazia dalla timidissima Hilde che si innamora perdutamente di Hans, che gira in moto libero e spensierato con la sua bellissima montatura gialla (nella foto principale, di Frederic Batier / Pandora Film), nella Berlino del Terzo Reich. Tratto da una storia vera, il film racconta il coraggio di Hilde Coppi, di Hans e dei loro amici che hanno organizzato un piccolo gruppo spontaneo di resistenza berlinese, la Rote Kapelle (l’orchestra rossa, chiamata così dai nazisti), che purtroppo fu arrestato ed eliminato troppo presto.

Anche in Hors du Temps (Suspended Time) del francese Olivier Assayas gli occhiali hanno un significato ben preciso. Indossati dal bravissimo attore Micha Lescot (nella foto sopra, di Carole Bethuel), rappresentano la distanza e lo smarrimento dei protagonisti, due fratelli, che si ritrovano a vivere insieme durante il lockdown nella loro casa di famiglia con le nuove compagne, in un infinito tempo sospeso. Un film autobiografico, dove si torna alla ricerca dell’infanzia perduta ma anche dove si ride, ci si prende in giro e si riesce forse a trovare un nuovo senso alla crisi di mezza età. Il primo film intelligente e spiritoso che racconta un periodo che tutti vorremmo dimenticare, cancellare.

Rosaria D’Amico

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